Cassazione: direttori di banca attenti a concedere affidamenti a terzi senza garanzie...

Cassazione: direttori di banca attenti a concedere affidamenti a terzi senza garanzie...

La Corte di Cassazione, nella sentenza n. 22333 del 2013, ha acondannato il direttore di una banca al pagamento di una sanzione civile per aver violato l'obbligo della diligenza nell'espletamento delle proprie mansioni in quanto non aveva effettuato e reso le dovute garanzie per l'affidamento a terzi...




Corte di Cassazione, sez. Lavoro, sentenza 10 luglio - 30 settembre 2013, n. 22333 - Presidente Roselli – Relatore D’Antonio

 

 

Svolgimento del processo

Con sentenza depositata il 22/2/2011 la Corte d'Appello di Bologna ha confermato la sentenza del Tribunale di accoglimento della domanda della Unipol Banca volta ad ottenere il risarcimento del danno causato da G..C. , dipendente della Banca quale direttore della filiale di Bologna e licenziato per giusta causa, con condanna del lavoratore a pagare a favore della banca Euro 4.500.000. La Corte ha altresì, confermato il rigetto della domanda riconvenzionale proposta dal C. con cui questi aveva chiesto la condanna della banca al pagamento delle competenze di maggio e di quelle di fine rapporto pari a L 81.289.403.
La Banca esponeva che il C. aveva concesso al ed gruppo Folgori affidamenti senza la prestazione delle dovute garanzie,oppure senza verificare l'attendibilità delle garanzie concesse o per aver autorizzato o consentito operazioni bancarie irregolari in violazione di istruzioni interne e di norme di comportamento.
La Corte territoriale ha affermato, circa la responsabilità del C. , che sulla base delle prove per testi e della documentazione, era emerso che il C. dall'aprile 1998 aveva avviato una serie di rapporti bancari con F..F. o con persone dallo stesso indicate, con società varie ad esso facenti capo; che nell'intrattenere tali rapporti il C. non aveva osservato le specifiche direttive interne che imponevano accertamenti anagrafici, ricerche alla camera di commercio, visura dei protesti, acquisizione di notizie circa le proprietà immobiliari; che le operazioni consistevano essenzialmente nella presentazione per l'incasso di assegni tratti sub anche estere e l'inoltro di bonifici in favore dei soggetti legati al F. ; che inizialmente il C. si era attenuto alle disposizioni interne in base alle quali gli assegni venivano accreditati solo dopo la ricezione delle somme; che successivamente gli assegni furono accreditati sul conto apponendo il ed "blocco della disponibilità" (e ciò malgrado il suggerimento contrario dell'addetto all'ufficio estero e la segnalazione di rischio e anomalia da parte dello S. , vice direttore della filiale di XXXXXXX, e la denuncia di operatività sospetta da parte di altra addetta alla filiale) che non dava effettive garanzie alla Banca con possibilità per il F. di disporre subito delle somme ed il verificarsi di insoluti.
La Corte ha sottolineato che le dichiarazioni rese dai testi Ardizzone, responsabile del servizio ispettorato, e dello S. , vicedirettore della filiale, erano state estremamente precise e che avevano trovato conferma nella varia ed abbondante documentazione prodotta in causa con la conseguenza che le doglianze della società e le contestazioni disciplinari formulate nei confronti del dipendente con lettera del 14 aprile 1999 e del successivo licenziamento del 23 aprile 1999 risultavano ampiamente provate.
La Corte ha quindi rilevato la fondatezza di quanto affermato dalla banca circa l'evidente violazione dell'obbligo di diligenza che incombeva sul dipendente nell'espletamento delle sue mansioni tenuto conto della posizione aziendale del C. direttore della più importante filiale della Banca a XXXXXXX. Con riferimento all'affermazione del lavoratore di essere rimasto incolpevole vittima della condotta delittuosa del F. , la Corte ha richiamato la sentenza penale nella quale era affermato che il C. aveva ignorato scientemente tutti i segnali negativi che venivano dalla gestione fin dai primi mesi e dai rilievi di altri funzionali della banca. Ha, quindi, rilevato che la sentenza di patteggiamento, pur non costituendo sentenza di condanna, presupponeva pur sempre un'ammissione di colpevolezza e che la denuncia querela presentata dal C. in data 2 aprile 1999 non assumeva alcuna valenza della sua buona fede apparendo più che altro un tentativo di correre ai ripari una volta che la gravità della situazione era ormai emersa.
Circa la quantificazione del danno la Corte ha affermato che era stata fornita la prova dello stesso con la documentazione in atti (v. doc. 38, 38 bis e 38 ter, 4/21 e 35/b) oltre che con le dichiarazioni dei testi; che il danno corrispondeva ai saldi passivi sui c/c Synergy per L. 5.710.132.428 e Kaukof Italia per L. 4.175.871.597 (v doc. 38) determinatisi per assegni versati a febbraio 1999 e nel marzo 99; che l'importo liquidato dal Tribunale alla banca era anche inferiore; che era da respingersi la domanda del C. volta ad ottenere il risarcimento per l'illegittimo licenziamento, e le competenze di fine rapporto e che, con riferimento a queste ultime, non sussisteva interesse del C. avendo il Tribunale quantificato il danno in Euro 4.500.000, previa estinzione fino a concorrenza di ogni credito del C. derivante dal rapporto di lavoro; che in tal modo il giudice aveva operato la ed compensazione impropria.
Avverso la sentenza propone ricorso in Cassazione il C. formulando due motivi, successivamente illustrati con memoria ex art. 378 cpc. Si costituisce la Banca depositando controricorso e poi note d'udienza.

 



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