Cassazione: risponde il medico per intervento di cataratta che porta alla cecità del paziente...

Cassazione: risponde il medico per intervento di cataratta che porta alla cecità del paziente...

La Corte di Cassazione, nella sentenza n. 24801 del 2013, ha affermato che in tema di responsabilità medica, risponde il medico che a seguito di intervento per cataratta provoca la cecità del paziente.




Corte di Cassazione, sez. III Civile, sentenza 25 settembre - 5 novembre 2013, n. 24801 - Presidente Russo – Relatore Vivaldi

 

 

Svolgimento del processo

M..B. , in proprio e quale tutrice della madre P.T. , convenne, davanti al tribunale di Torino, F.I. e l'Azienda U.S.L. X di Torino chiedendone la condanna al risarcimento dei danni fisici, morali e patrimoniali subiti dalla stessa attrice a seguito delle continue cure prestate alla madre T..P. , nonché il risarcimento dei danni fisici, morali e patrimoniali subiti da quest'ultima.
Espose, a tal fine, che la P. era stata ricoverata, su consiglio del Prof. F. , presso una clinica privata di ... dove lo stesso prestava la propria attività di libero professionista, per essere sottoposta in data (omissis) ad un intervento di facoemulsificazione della cataratta all'occhio destro, nel corso del quale il medico provocava la caduta del cristallino nel vitreo e la totale perdita di visus all'occhio, con la conseguente cecità totale, essendo già priva della vista dall'occhio sinistro.
Al fine di proseguire le cure la P. era stata ricoverata fino al (omissis) presso la ASL X di Torino, Ospedale Oftalmico, presso il quale il F. era primario, ma presso tale struttura non aveva ricevuto "la necessaria terapia chirurgica della complicanza", tanto che la sua situazione era peggiorata ulteriormente.
I convenuti, costituitisi, contestarono le rispettive responsabilità.
All'esito della istruttoria, il tribunale, con sentenza del 15.9.2004, rigettò la domanda.
La B. , in proprio e nella qualità di tutrice della madre propose appello chiedendo la riforma della sentenza impugnata.
Si costituirono gli appellati che contestarono il fondamento dell'impugnazione.
Intervenuto il decesso della P. , si costituì B.M. nella qualità di erede avente causa dalla madre defunta.
Parte appellante dichiarò, poi, essere coerede della defunta anche il fratello A..B. , nei confronti del quale fu disposto l'integrazione del contraddittorio.
Quest'ultimo risultò irreperibile, e la notificazione eseguita secondo le modalità prescritte dall'art. 143, co. 3 c.p.c. si perfezionò in data 21.1.2006.
Con sentenza del 27.9.2006, la Corte d'Appello, accolse l'appello condannando le "parti appellate in solido, I..F. e Azienda U.S.L. X Torino, al pagamento pro quota in favore di parte appellante M..B. , quale erede avente causa dalla defunta T..P. " delle somme indicate in sentenza, nonché in proprio alla somma di Euro 2.530,64, con gli accessori ivi indicati.
Ha proposto ricorso principale affidato a sei motivi illustrati da memoria M..B. .
Resistono con controricorsi il F. e l'Azienda Sanitaria Locale A.S.L. X di Torino che hanno anche proposto ricorsi incidentali: quello del F. affidato ad un motivo; quello della A.S.L. X di Torino affidato a sei motivi.
Ai ricorsi incidentali resiste con controricorso la B. .

 

 

Motivi della decisione

Preliminarmente, il ricorso principale ed i ricorsi incidentali sono riuniti ai sensi dell'art. 335 c.p.c..
Gli stessi sono stati proposti per impugnare una sentenza pubblicata una volta entrato in vigore il D. Lgs. 15 febbraio 2006, n. 40, recante modifiche al codice di procedura civile in materia di ricorso per cassazione; con l'applicazione, quindi, delle disposizioni dettate nello stesso decreto al Capo I. Secondo l'art. 366-bis c.p.c., - introdotto dall'art. 6 del decreto - i motivi di ricorso devono essere formulati, a pena di inammissibilità, nel modo lì descritto ed, in particolare, nei casi previsti dall'art. 360, n. 1), 2), 3) e 4, l'illustrazione di ciascun motivo si deve concludere con la formulazione di un quesito di diritto, mentre, nel caso previsto dall'art. 360, primo comma, n. 5), l'illustrazione di ciascun motivo deve contenere la chiara indicazione del fatto controverso in relazione al quale la motivazione si assume omessa o contraddittoria, ovvero le ragioni per le quali la dedotta insufficienza della motivazione la rende inidonea a giustificare la decisione.
Segnatamente, nel caso previsto dall'art. 360 n. 5 c.p.c., l'illustrazione di ciascun motivo deve contenere, a pena di inammissibilità, la chiara indicazione del fatto controverso in relazione al quale la motivazione si assume omessa o contraddittoria, ovvero le ragioni per le quali la dedotta insufficienza della motivazione la renda inidonea a giustificare la decisione; e la relativa censura deve contenere un momento di sintesi (omologo del quesito di diritto), che ne circoscriva puntualmente i limiti, in maniera da non ingenerare incertezze in sede di formulazione del ricorso e di valutazione della sua ammissibilità (S.U. 1.10.2007 n. 20603; Cass. 18.7.2007 n. 16002).
Il quesito, al quale si chiede che la Corte di cassazione risponda con l'enunciazione di un corrispondente principio di diritto che risolva il caso in esame, poi, deve essere formulato, sia per il vizio di motivazione, sia per la violazione di norme di diritto, in modo tale da collegare il vizio denunciato alla fattispecie concreta (v. S.U. 11.3.2008 n. 6420 che ha statuito l'inammissibilità - a norma dell'art. 366 bis c.p.c. - del motivo di ricorso per cassazione il cui quesito di diritto si risolva in un'enunciazione di carattere generale ed astratto, priva di qualunque indicazione sul tipo della controversia e sulla sua riconducibilità alla fattispecie in esame, tale da non consentire alcuna risposta utile a definire la causa nel senso voluto dal ricorrente, non potendosi desumere il quesito dal contenuto del motivo od integrare il primo con il secondo, pena la sostanziale abrogazione del suddetto articolo).
La funzione propria del quesito di diritto - quindi - è quella di far comprendere alla Corte di legittimità, dalla lettura del solo quesito, inteso come sintesi logico-giuridica della questione, l'errore di diritto asseritamente compiuto dal giudice di merito e quale sia, secondo la prospettazione del ricorrente, la regola da applicare (da ultimo Cass.7.4.2009 n. 8463; v, anche S.U. ord. 27.3.2009 n. 7433).
Inoltre, l'art. 366 bis c.p.c., nel prescrivere le modalità di formulazione dei motivi del ricorso in cassazione, comporta - ai fini della declaratoria di inammissibilità del ricorso stesso -, una diversa valutazione, da parte del giudice di legittimità, a seconda che si sia in presenza dei motivi previsti dai numeri 1, 2, 3 e 4 dell'art. 360, primo comma, c.p.c., ovvero del motivo previsto dal numero 5 della stessa disposizione.
Nel primo caso ciascuna censura - come già detto - deve, all'esito della sua illustrazione, tradursi in un quesito di diritto, la cui enunciazione (e formalità espressiva) va funzionalizzata, ai sensi dell'art. 384 c.p.c., all'enunciazione del principio di diritto, ovvero a dieta giurisprudenziali su questioni di diritto di particolare importanza.
Nell'ipotesi, invece, in cui venga in rilievo il motivo di cui al n. 5 dell'art. 360 e. p.c.c. (il cui oggetto riguarda il solo iter argomentativo della decisione impugnata), è richiesta una illustrazione che, pur libera da rigidità formali, si deve concretizzare in una esposizione chiara e sintetica del fatto controverso (c.d. momento di sintesi) - in relazione al quale la motivazione si assume omessa o contraddittoria - ovvero delle ragioni per le quali la dedotta insufficienza rende inidonea la motivazione a giustificare la decisione (v. da ultimo Cass. 25.2.2009 n. 4556; v. anche Cass. 18.11.2011 n. 24255).
Ricorso principale.
 



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